Essere feriti involontariamente

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Per non essere feriti uno dei percorsi fondamentali è il potere di mantenere, anche in situazioni molto difficili, una distinzione tra ciò che qualcuno fa e ciò che intendeva fare.

In diritto, la differenza è racchiusa nei concetti contrastanti di omicidio e omicidio colposo. Il risultato può essere lo stesso; il corpo è inerte in una pozza di sangue. Ma riteniamo collettivamente che faccia un’enorme differenza quali fossero le intenzioni dell’autore.

feriti al lavoro

Nell’essere feriti, fisicamente o/ed emotivamente, ci preoccupiamo delle intenzioni per una ragione molto valida: perché se fosse intenzionale, l’autore sarà una fonte di pericolo permanente e rinnovabile da cui la comunità deve essere protetta. Ma se è stato accidentale, allora l’autore sarà incline a profonde scuse e “redenzione”, il che rende la punizione e la rabbia molto meno necessarie. Immaginati in un ristorante dove il cameriere ha versato un bicchiere di vino sul tuo (nuovo) portatile. Il danno è grave e la tua rabbia inizia a salire. Ma si deve valutare se questo sia stato un incidente o un atto volontario per avere una risposta adeguata al danno ricevuto. Potrebbe essere necessario adottare misure difensive radicali: come aggredirlo o chiedere aiuto. Ma se fosse un incidente, allora costui che ti ha danneggiato non può essere definito nemico, non c’è bisogno di aggredirlo, anche se sentiamo di essere feriti moralmente.

I motivi sono quindi cruciali. Ma sfortunatamente, raramente siamo in grado di percepire quali essi siano realmente che hanno generato gli incidenti dove ci sentiamo di essere feriti. Ci sbagliamo facilmente e spesso abbiamo una reazione quasi selvaggia. Vediamo l’intenzione dove non ce n’era, intensifichiamo la reazione quando le risposte non sono chiare, risultano faticose o agitate.

Essere feriti da noi stessi

Parte del motivo per cui saltiamo così rapidamente a conclusioni oscure e vediamo trame per insultarci ed essere feriti è un fenomeno psicologico piuttosto toccante: l’odio verso se stessi. Meno ci piacciamo, più appariamo ai nostri occhi come bersagli piuttosto plausibili per derisione e danno. Perché un trapano si sarebbe guastato proprio mentre ci stavamo preparando a lavorare? La colazione del servizio in camera perché non arriva, proprio quando dovremo essere in riunione molto presto? Perché l’operatore telefonico impiegherebbe così tanto tempo a trovare la soluzione? Come mai c’è (abbastanza logicamente) una trama contro di noi. Perché siamo obiettivi appropriati per questo tipo di cose, perché siamo il tipo di persone contro le quali è legittimamente probabile che la azione che ci porta a essere feriti sia diretta: è ciò che meritiamo.

Quando portiamo in giro un eccesso di disgusto per noi stessi, quasi inconsapevoli del nostro stato di disgusto verso noi stessi, cercheremo costantemente conferma da tutto il mondo che siamo davvero le persone senza valore che crediamo di essere. L’aspettativa è quasi sempre fissata durante l’infanzia, dove è probabile che qualcuno vicino a noi ci abbia lasciato quel senso di inadeguatezza, di falliti. Di conseguenza, oggi percorriamo la società assumendo il peggio, non perché è necessariamente vero (o piacevole) farlo, ma perché sembra familiare, naturale essere feriti; e perché siamo prigionieri di schemi passati che non abbiamo ancora capito.

Un motivo per cui potrebbero involontariamente farci del male è che spesso sembriamo piuttosto forti dall’esterno. Potremmo anche non essere consapevoli di quanto siamo diventati abili nel costruire una facciata allegra e robusta intorno a noi. È qualcosa che forse abbiamo imparato nella nostra prima adolescenza per non essere feriti, all’incirca quando abbiamo iniziato la scuola, magari dalle medie alle superiori. Sebbene spesso sia un vantaggio, può indurre le persone ad azioni dure, forti, emotivamente pesanti. Essere feriti senza che gli altri lo vogliano. Semplicemente non sanno quanto siamo fragili, compromessi emotivamente, non capiscono quanto possa avere un grande impatto su di noi le loro parole o azioni, perché non sanno (e non possono davvero saperlo) quanto siamo già vulnerabili nella nostra mente.

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L’insensibilità delle persone più prossime

Qualcuno potrebbe venire da te al lavoro e dare una valutazione abbastanza poco lusinghiera di una tua attività che hai fatto. Forse l’intenzione è farti palese che devi essere più attento, ma da parte tua sembra molto diverso. È profondamente, catastroficamente sconvolgente. Senti come che ogni tua attività non va bene, sei nervoso, ora si aggiunge anche questo! Ti sei impegnato, sei stato da un motivatore, un counselor, hai partecipato a corsi, hai cambiato lavoro per toglierti di mezzo il passato. In questo nuovo lavoro, eri determinato a migliorare il tuo ruolo. Ma il rispetto, la stima di te era già danneggiata dal tuo passato, da chi ti stava vicino, come forse tuo padre che ti criticava quando parlavi, prendendoti in giro il leggero sussurro che avevi prima dell’età di otto anni, la tua timidezza che si accentuava quando invece di attenzioni e motivazioni ricevevi derisione, insoddisfazioni, delusioni. 

Ma chi ti vive attorno oggi non possono sapere tutto questo, non sembri particolarmente a rischio. Sei come un vaso con piccole crepe che difficilmente riesci a distinguere. Eppure anche una scossa minore farà crollare il tutto.

le parole feriscono

Idealmente saresti in grado di avvisare tempestivamente le altre persone della nostra fragilità, in modo che possano tenerne conto quando interagiscono con te per non essere feriti o accrescerne il danno. Tutti sono abbastanza attenti a prender cura su contusioni e lesioni fisiche. Se hai una mano bendata, la gente sa di non prenderla e, in teoria, lo stesso potrebbe accadere con la parte psicologa.

Tuttavia, può sembrare troppo vergognoso e contorto per spiegare agli altri quante “crepe” stai già portando. Non c’è tempo e in ogni caso i motivi potrebbero non riflettere positivamente su di te. Spesso è un motivo talmente intimo che si teme che il giudizio nei nostri confronti possa essere ben più grave e compromettente che preferiamo accettare le azioni inconsapevoli delle persone nei nostri confronti, preferiremo a volte sopportare un senso di colpa che affrontare una verità. Si è di fronte a un dilemma tortuoso: potremmo essere feriti maggiormente dalle persone, ci causeranno molta più angoscia più di quanto essi stessi possano pensare, solo perché ci ritengono diversi da ciò che realmente siamo.

La fragilità segreta – le crepe che hai accumulato nel corso di giorni, settimane e anni – spiega le esplosioni che spesso hai, occasionalmente o straordinarie che possono essere sconcertanti per gli chi vive o lavora con te. Un’osservazione apparentemente minuscola scatena una risposta furiosa da parte tua. Immagina che stai pagando un acquisto nel negozio e il totale è un po ‘più di quanto avessi immaginato. Immediatamente, ti senti ingannato. Nelle persone che si trovano in questa situazione potrebbero essere caute e attente nel far notare con decisione e calma il conto forse errato e chiedono un controllo.

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Ma se tu hai quelle crepe forse la tua reazione potrà essere sproporzionata, quel senso di inganno ti riporta quella sensazione pesante di castigo, di presa in giro, di approfittarsi di te perché te lo meriti, perché sei uno sciocco incapace. Cosa scatta? Lo stesso che accadrebbe a chiunque abbia la paura di essere feriti perché lo meritano: attacco, rabbia, esplosione di insulti, attoniti i clienti intorno ti etichetteranno come un maleducato frustrato.

Il metodo infantile

I bambini piccoli a volte si comportano in modi incredibilmente ingiusti: gridano alla persona che li sta curando, spingono con rabbia una ciotola di pasta, gettano via qualcosa che hai appena preso per loro. Ma raramente ci sentiamo agitati o feriti dal loro comportamento. E la ragione è che non assegniamo un motivo negativo o un’intenzionalità a un bimbo. Cerchiamo le interpretazioni più benevoli, non pensiamo che lo stiano facendo per farci arrabbiare. Probabilmente pensiamo che si stiano un po’ stancando, che spuntino i denti, malesseri che non sanno spiegarli. Abbiamo in mente un vasto repertorio di spiegazioni alternative e nessuna di queste ci porta al panico o alla terribile agitazione.

Questo è il contrario di ciò che tende ad accadere intorno agli adulti. Qui immaginiamo che le persone ci abbiano deliberatamente preso di mira. Se qualcuno si mette in fila davanti a te, è naturale supporre che ci abbia ragionato e scelto perché non nota rischi. Probabilmente apprezza l’idea di causarti un po’ di angoscia, ha capito la tua debolezza. Il timore di essere feriti torna in evidenza, la rabbia o la frustrazione, dovuta al calcolo delle ipotesi del perché quell’individuo si comporta cosi, si accavallano: ma se impiegassimo il modello interpretativo infantile?

La nostra prima ipotesi se utilizzassimo il modello infantile sarebbe piuttosto diversa: forse non hanno dormito bene la scorsa notte e sono troppo esausti per pensare in modo corretto; forse hanno un ginocchio dolorante; forse stanno facendo l’equivalente di testare i limiti della tolleranza dei genitori: saltare di fronte a qualcuno in coda gioca lo stesso ruolo della pipì in giardino? Osservarlo da un tale punto di vista, il comportamento dell’adulto non diventa magicamente piacevole o accettabile, ma il livello di agitazione viene mantenuto in sicurezza. Viviamo in un mondo in cui abbiamo imparato ad essere gentili con i bambini, sarebbe ancora più bello se imparassimo a essere un po’ più comprensivi verso le parti “infantili” l’una dell’altra.

Cercare la fonte per non essere feriti

feriti da chi ti è vicino

Il filosofo francese Émile-Auguste Chartier (noto come Alain), si diceva che fosse il miglior insegnante di Francia nella prima metà del XX secolo. Sviluppò una formula per calmare se stesso e i suoi allievi di fronte alle persone irritanti: “Non dire mai che le persone sono cattive”, scrisse, “Devi solo cercare la spilla.” Quello che intendeva dire era: cercare la fonte dell’agonia che spinge una persona a comportarsi in modo spaventoso. Il pensiero calmante è immaginare che stiano soffrendo in alcune parti interiori che non possiamo vedere. Essere maturi è imparare a immaginare questa zona di dolore, nonostante la mancanza di molte prove disponibili. Potrebbero non sembrare che siano infastiditi da un disturbo psicologico interiore: possono sembrare pieni di egocentrismo, leggerezza, pieni di se stessi. Ma il “perno” deve semplicemente essere lì altrimenti non ci sentiremo di essere feriti da loro.

Alain stava attingendo a una delle grandi tecniche della narrativa letteraria: la capacità di portarci nella mente di un personaggio, forse una figura molto poco affascinante, e mostrarci le cose potenti, ma inaspettate, che stanno succedendo nella loro mente. Fu una mossa che romanzieri come Dostoevsky erano profondamente eccitati: prendeva i tipi di personaggi che i suoi lettori normalmente respingevano con ribrezzo (un reietto, un criminale, un giocatore d’azzardo) e descriveva le complesse profondità della loro vita interiore, la loro capacità di rimorso, le loro speranze, i loro poteri di percezione e sensibilità.

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Questa mossa – la precisione, la correzione, la reimmaginazione della vita interiore degli altri – è rilevante ben al di fuori del regno della narrativa letteraria. È un pezzo di riflessione empatica che dobbiamo costantemente esibirci con noi stessi e con gli altri. Dobbiamo immaginare l’agitazione, la delusione, la preoccupazione e la tristezza nelle persone che possono apparire esternamente semplicemente aggressive. Dobbiamo puntare alla compassione in un luogo inaspettato: a quelli che ci infastidiscono di più. Per diventare più calmi, dobbiamo passare dalla paura alla pietà.

Allora, cosa fare per non essere feriti?

Avendo esplorato molte delle ragioni che ci portano a essere feriti a causa degli altri, dei loro motivi, del nostro passato, come valutare le azioni e le persone per moderare le reazioni, in breve dobbiamo riuscire soprattutto con le persone più prossime a noi, con cui abbiamo più possibilità di passare molto tempo assieme, di far sapere che ciò che hanno detto o fatto ci ha causato del male.

Di conseguenza, se vogliamo veramente rendere gli altri più in sintonia con i nostri sentimenti vulnerabili, dobbiamo manifestarli fisicamente ed esprimerli verbalmente.  Anche se può risultare difficile, come ho scritto sopra per timore di giudizio e incomprensione, potrà essere l’unico modo per non dare molta colpa agli altri per la loro insensibilità nei nostri confronti. Il loro livello di sensibilità è semplicemente dove sono adesso. E così, in definitiva, è nostra responsabilità aiutarli a diventare più consapevoli e sensibili ai nostri sentimenti. 

Ma se non siamo disposti a rivelare la nostra vulnerabilità, potrebbero non essere mai in grado di coltivare l’empatia e il sostegno che desideriamo da loro. Indubbiamente, se vogliamo che facciano ogni sforzo per comprendere meglio dove siamo particolarmente vulnerabili, hanno bisogno del nostro feedback e della nostra guida molto più di quanto non facciano il nostro silenzio, il nostro ritiro emotivo, la nostra rabbia, i nostri scatti “farneticanti”.

Tuttavia, a meno che non siamo in grado di sviluppare la capacità di auto-calmarsi e auto-validare in assenza di rassicurazione o conforto esterni, probabilmente non sarà sostenibile per noi, sfacciatamente, a scaricare i nostri sentimenti. È assolutamente fondamentale che non sviluppiamo una corazza indistruttibile (anche se questo potrebbe aiutare!), ma che diventassimo abbastanza determinati e risoluti da mantenere il nostro terreno emotivo; fiduciosi di avere in noi ciò che può rendere sicuro esprimere sentimenti dolorosi. 

Questo perché:

  • sono una parte essenziale di ciò che siamo,
  • farli uscire davvero non può vittimizzarci a meno che non ci lasciamo influenzare dalle reazioni di un altro
  • ora siamo in grado di considerare i nostri sentimenti come validi, indipendenti dalla risposta di chiunque altro.

Tutto ciò migliorerà decisamente il rapporto con chi ti è più prossimo, un allenamento anche per placare l’eventuale reazioni con sconosciuti, persone di passaggio, confronto in pubblico.

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Autore

massimilian.sterling@gmail.com
Master BDSM, Counselor ed esperto nell'interpretazione delle emozioni, linguaggio del corpo, espressioni facciali.

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